- È considerato uno dei film più influenti e controversi del cinema horror italiano.
- Viene spesso citato come precursore del found footage moderno, anche se la sua fama nasce soprattutto dallo scandalo e dal realismo percepito.
- Continua a dividere: per alcuni è un capolavoro radicale, per altri resta un’opera difficile da difendere per le sue immagini più estreme.
Negli ultimi anni è stato riproposto in versione integrale restaurata e promosso come ritorno di un classico proibito e censurato per decenni.
Le riedizioni moderne lo presentano spesso come un film da riscoprire storicamente, ma sempre con avvertenze forti per il pubblico adulto.
Se oggi ne senti parlare, di solito è in uno di questi tre modi:
- film di culto estremo,
- oggetto di studio sul cinema e la censura,
- titolo restaurato e riproposto nei cinema o in home video.

Cannibal Holocaust è un film italiano del 1980 diretto da Ruggero Deodato, uno dei più famosi e controversi esempi del genere cannibal.
Trama
Quattro giovani e ambiziosi documentaristi newyorchesi (Jack Anders, Shanda Tomaso, Mark Williams e Alan Yates) spariscono nella foresta amazzonica durante le riprese di un documentario sulle tribù indigene che praticano il cannibalismo. Finanziati da una emittente televisiva di New York, erano famosi per i loro servizi estremi nelle zone di guerra.
Quando si perdono le tracce della squadra, il professor Harold Monroe (antropologo interpretato da Robert Kerman) viene incaricato di mettersi sulle loro tracce. Accompagnato da una guida locale (Chaco), dall’indio Miguel e da un yacumo catturato, Monroe si spinge nella foresta. Durante il viaggio affronta le insidie della natura (serpenti, giaguari, caiani) e trova il cadavere scarnificato del loro scagnozzo.
Una volta entrato in contatto con i cannibali del posto, Monroe non riesce a salvare i reporter, ma trova soltanto i rulli di pellicola 16mm girati dalla troupe. Questi filmati rivelano il tragico destino dei ragazzi scomparsi, mostrando le immagini agghiaccianti delle loro ultime ore.
Immagini
Slogan: “Ripout Barbeque! Devour! How long can you take it?”
Tipo: Movie
Genere: Adventure / Drammatico / Horror
Anno: 1980
Nazioni: Italia / Italy
Durata: 95 min. (1:35)
Il Mio Voto: ★★★★★ (5/5)
Studio:
Registi: Ruggero Deodato
Sceneggiatura: Gianfranco Clerici, Giorgio Stegani
Produttori: Franco Di Nunzio, Franco Palaggi
Direttore della fotografia: Sergio D’Offizi
Compositori: Riz Ortolani
Poster



Trilogia Cannibale Atto I
Un avventuriero di nome Harper (Massimo Foschi, allievo di Luca Ronconi) si spinge nel profondo della giungla filippina e viene catturato da una tribù che pratica il cannibalismo. Saprà conquistarsi il rispetto dei selvaggi mangiando il cuore di uno di loro. Nel 1977 va in scena il primo atto: Ultimo mondo cannibale, di una sorta di trilogia che proseguirà con Cannibal Holocaust e Inferno in diretta. È su queste insanguinate pellicole che Deodato costruirà la sua fama, servendo sempre pietanze che rispettano un codice tecnico ben preciso (quasi un cinema Dogma ante litteram), come le riprese semidocumentaristiche, la giungla (qualunque essa sia), gli eccessi splatter, le crudeltà degli e sugli animali e l’imbarbarimento dell’uomo occidentale e la sua influenza sul mondo selvaggio. Il sangue inizia a scorrere a fiumi.
In contemporanea con Airport ’80 di David Lowell Rich (interpretato tra gli altri da Alain Delon) Ruggero Deodato, sulla scia del filone catastrofico inaugurato nel 1970 da Airport di George Seaton, gira Concorde Affaire ’79: la Universal non mancò di minacciare una causa (forse perché ha incassato molto meno del film italiano, pur girato con un budget irrisorio). La storia parte semplice, ed è quella di un giornalista (James Franciscus) che va in Sudamerica per rintracciare la moglie scomparsa.

Trilogia Cannibale Atto II
1980. La Potenza del sangue o di come si arrivò alla follia di: Cannibal Holocaust… L’antropologo Harold Monroe (Robert Kerman, protagonista anche di alcuni film porno diretti da Gerard Damiano) viene incaricato di mettersi sulle tracce di quattro reporter americani (Luca Barbareschi, Francesca Ciardi, Gabriel Yorke e Perry Pirkanen) scomparsi nell’immensa foresta amazzonica. Dal ritrovamento del film da loro girato si scopre che dopo aver commesso ogni sorta di atrocità, sono stati uccisi e mangiati dagli indigeni del posto. La trama è tutta qui. Il resto è leggenda. Cannibal Holocaust è una pellicola sgradevole, estrema (oggi si direbbe politicamente scorretta), e molto calcolata. L’espediente del film nel film, una sorta di finto snuff – vale la pena di ricordare che ha anticipato di un ventennio pellicole come The Blair Witch Project e sarebbe un ottimo esercizio immaginare come sarebbe stata pubblicizzata oggi con tutte le nuove tecnologie a disposizione – la violenza insostenibile mostrata con orgoglio e la telecamera che non indietreggia di fronte a nessuna nefandezza costituiscono una precisa analisi del periodo storico e cinematografico (con il sottogenere dei mondo movie, derivanti dal documentario e dall’exploitation analizzato alla lente d’ingrandimento, discusso, amato, odiato, ripudiato).
Cannibal Holocaust è la pietra tombale del genere, con i cameraman che decidono di non fuggire, pur di riprendere l’orrore che sta divorando i loro colleghi. Fino ad arrivare forse a vergognarsi di essere umani. Fino ad interrogarsi su quale sia il perimetro che divide la civiltà del mondo cannibale. Le interazioni sociali, sfuggire alla fame e al freddo. La civiltà, sembra dirci Cannibal Holocaust, è un dispositivo di sicurezza che abbiamo inventato per proteggerci dall’orrore, la meravigliosa illusione in cui vogliamo vivere, l’intricato racconto che sosteniamo per non arrenderci alla nostra natura più squallida ed ancestrale.
All’epoca la pellicola fu sequestrata e condannata (lo stesso Deodato venne condannato a quattro mesi di carcere con la condizionale), rea di essere “opera contraria al buon costume e alla morale”, sollevando unanimi cori di sdegno. Per molto tempo tornò a circolare con alcuni tagli e la sua macabra fama crebbe a dismisura. La Corte di Cassazione riabilitò il film, che dal maggio 1984 tornò in circolo, senza più tagli e nella sua versione originale. Fino ai giorni nostri.
Delle innumerevoli nefandezze, di vero comunque ci sono solo le violenze sugli animali, che anche molti fan del genere trovarono insopportabili. Ma Cannibal Holocaust è inarrestabile, come un virus. Per alcuni anni è stato subdolo, resiliente, e poi ha ritrovato il modo di farsi strada nella cultura cinematografica più estrema, spingendosi fino al confronto con le radici e le sovrastrutture della società.
Ha poi generato una serie infinita di pellicole, dal Cannibal Ferox di Umberto Lenzi ad Apocalypse Domani di Antonio Margheriti (che sposta il tema dell’antropofagia tribale nella giungla metropolitana) fino all’ultima riesumazione ad opera di Eli Roth con il film The Green Inferno. Tutte ispirate al controverso lavoro di Deodato, spesso anche più splatter, ma mai così estreme nel profondo. La vera rivoluzione di Cannibal Holocaust è che sta sempre lì, a ricordarci che non si può vivere in pace, non possiamo trascinarci fuori dalle sue fauci, perché in realtà l’uomo è schiavo della sua stessa natura e una visione delle cose trasognata e idealista può solo distrarci, ma col buio in sala, Cannibal Holocaust tornerà per morderci di nuovo.
Il 1980 non è ancora finito e Deodato decide di girare un’altra pellicola che non salva nessuno: La casa sperduta nel parco. Uno stupratore (David Hess, uno dei protagonisti de L’ultima casa a sinistra di Wes Craven) e il suo amico ritardato (Giovanni Lombardo Radice) vengono invitati in una villa di ricchi per gioco, e seviziano tutti… ma non finisce qui. È uno dei suoi film più sgradevoli, tanto da far negare il visto ai censori inglesi. Le musiche sono di Riz Ortolani e il sangue continua a scorrere a fiumi per consolidare la fama dell’uomo dietro la macchina da presa.
Dopo Roger Rockfeller ecco Roger Franklin… 1983 e Ruggero Deodato gioca ancora col suo nome e porta in sala I predatori di Atlantide, ambientato in una sorta di futuro prossimo distopico sulla scia del Conan di John Milius e uno sguardo a Interceptor e Mad Max di George Miller. Mentre un cataclisma spazza via una piattaforma al largo della Florida e fa riaffiorare l’isola di Atlantide una banda di teppisti in motocicletta semina distruzione.

Trilogia Cannibale Atto III
Nel 1985 torna al genere che lo ha reso famoso e famigerato e che lui stesso ha contribuito a codificare e gira l’ultimo atto (una sorta di remake di Cannibal Holocaust) della sua iconica, violenta, disturbante trilogia: Inferno in diretta. Nella Guyana due reporter (Leonard Mann/Leonardo Manzella e Lisa Blount) cercano le tracce del figlio di un miliardario e si imbattono in un seguace del predicatore statunitense Jim Jones (il fondatore della congregazione religiosa chiamata Tempio del Popolo, passato tristemente alle cronache per aver indotto 909 suoi seguaci, tra cui neonati e bambini, ad un atroce suicidio di massa e conseguente massacro a Jonestown). Fedele al principio che bisogna rimanere esposti all’orrore per evitarlo, nella pellicola di Deodato gli orrori della giungla vengono trasmessi in diretta via satellite a New York. Il cast è più ricco della media e vede sfilare volti da galera e ottimi attori come Richard Lynch, Karen Black e Michael Berryman, il protagonista de Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, oltre al solito Luca Barbareschi. Le musiche sono dell’ “argentiano” Claudio Simonetti.




